Pensioni

TFR/TFS STATALI: SE NON CI FOSSE DA PIANGERE VERREBBE DA RIDERE

A differenza della maggior parte dei paesi europei che ormai l’hanno eliminata in favore dei più redditizi Fondi Pensione, vige ancora in Italia un istituto particolarmente gradito ai lavoratori. Stiamo parlando della “liquidazione” così comunemente chiamata da tutti ma che in realtà si chiama TFR Trattamento di Fine Rapporto. Questo istituto per i dipendenti statali veniva denominato TFS Trattamento di Fine Servizio. Poi dall’anno 2001 i due istituti sono stati unificati in TFR sia per i lavoratori privati che per i lavoratori pubblici.

La nascita risale addirittura agli anni che precedettero la Seconda Guerra Mondiale ed era un importo che veniva attribuito a tutti i lavoratori pubblici e privati alla cessazione della propria carriera lavorativa (con esclusione per i licenziamenti per giusta causa) in proporzione agli anni di lavoro svolto.

Fino a pochi anni fa sia nel settore pubblico che nel settore privato l’importo agli aventi diritto veniva erogato pochi mesi dopo la cessazione del rapporto di lavoro. Ma se nelle aziende private esso continua ad essere erogato in tempi rapidi, per i lavoratori del pubblico impiego non è più così. Nei rapporti privati il TFR viene erogato secondo quanto stabilito nei vari CCNL entro un periodo di tempo che normalmente può variare tra i due e i quattro mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro ed in certi particolari casi può arrivare fino al semestre. Si può pertanto affermare che in tutti i casi nel settore privato gli aventi diritto percepiranno quanto spettante entro sei mesi dalla fine della collaborazione del rapporto di lavoro.

Particolare interessante è che inoltre questi fondi del TFR devono essere accantonati dalle aziende per legge proprio per far fronte ad eventuali cessazioni del rapporto di lavoro dei propri dipendenti e non possono essere utilizzati per altri scopi.

Per i lavoratori statali purtroppo non è così.

Lo Stato infatti non accantona il TFR per i propri dipendenti ma semplicemente lo contabilizza e quindi, nel momento in cui un lavoratore esce dal mondo del lavoro, vi deve far fronte con altre partite di giro.

Nel settore statale questo pagamento ai dipendenti normalmente arrivava entro un anno dalla cessazione del servizio. Da un po’ di anni a causa delle note esigenze di bilancio anche questo periodo temporale già piuttosto lungo è stato stravolto e il personale pubblico ha visto dilatarsi sempre più il riconoscimento di un diritto.

Ma dalla legge di stabilità dell’anno 2014 siamo arrivati all’assurdo.

Il TFR/TFS per gli statali viene pagato dopo 15 mesi (12 mesi + 3 mesi di lavorazione) nell’ipotesi di raggiungimento della pensione di vecchiaia.

Ma nel caso di pensione anticipata (42 e 1 mese per donne, 43 anni e 1 mese per gli uomini di contribuzione) questo termine di pagamento viene portato addirittura a 27 mesi (24 mesi + 3 mesi per la lavorazione).

Ma non è finita qui.

Infatti, i 27 mesi valgono nel caso in cui il TFR/TFS non superi l’importo di 50.000 € lordi. Ma bisogna aspettare ulteriori 12 mesi se l’importo è tra i 50.000 e i 100.000 € lordi ed ulteriori 12 mesi se l’importo della liquidazione supera i 100.000 € lordi.

Quindi, per fare un esempio concreto. Se un dipendente uomo fosse andato in pensione il 1° ottobre 2020 con 43 anni e 1 mese di contributi e avesse diritto a 110.000 € lordi percepirà i primi 50.000 € lordi nel gennaio dell’anno 2023 (dopo 27 mesi), i secondi 50.000 € lordi nel gennaio dell’anno 2024 (dopo 39 mesi) e percepirebbe gli ultimi 10.000 € lordi addirittura nel gennaio dell’anno 2025 (dopo 51 mesi). Quindi gli ultimi 10.000 € lordi li percepirebbe dopo ben 4 anni e 3 mesi dal momento del pensionamento.

Ma non é ancora finita qui.

Infatti se un lavoratore/lavoratrice avesse usufruito della famosissima e chiaccheratissima quota 100 e fosse andato in pensione con i famosi 38 anni di contributi e 62 anni di età sempre il 1° ottobre 2020 e avesse diritto, come da esempio, a 110.000 € lordi di liquidazione, costui/costei dovrebbe aspettare cinque anni (fino al raggiungimento dei 67 anni di età). A questi anni si devono aggiungere i dodici mesi per prendere i primi 50.000 € (quindi all’età di 68 anni). Poi per gli ulteriori 50.000 € dovrà aspettare fino a 69 anni e per gli ultimi 10.000 € dovrà aspettare fino a 70 anni (8 anni dopo la cessazione del rapporto di lavoro)!

Il tutto ovviamente senza interessi.

Be’, è una cosa assolutamente inconcepibile e ovviamente anticostituzionale dal momento che stabilisce diversi trattamenti tra individui creando cittadini di serie A (privati) e cittadini di serie B (statali).

Ma le assurdità continuano e la Corte Costituzionale interpellata da una dipendente pubblica che aveva fatto ricorso ritenendo illegittimo che il pagamento dovuto avvenisse in certi casi fino a 8 anni dopo la cessazione del rapporto d’impiego, ha ritenuto perfettamente Costituzionale questo atto del Governo. Per la Corte infatti, per i dipendenti pubblici resta il pagamento differito e a rate così come previsto dalla legge di stabilità dell’anno 2014.

Per aggiungere ancora un po’ di sale (se mai ce ne fosse bisogno) bisogna dire che nella stessa legge che istituiva la quota 100 era prevista la possibilità per i lavoratori pubblici di avere un acconto fino a 45.000 € lordi di anticipo sul proprio TFR/TFS. Peccato però che a quasi due anni di distanza ancora manchino le circolari operative, manchi l’elenco completo della Banche a cui rivolgersi e manchino informazioni chiare.

Ma su un punto c’è chiarezza.

Questi 45.000 € lordi che a seguito di richiesta del dipendente potrebbero arrivare in poco più di tre mesi altro non sono che un prestito effettuato dalle banche dove bisognerà pagare gli interessi quando (dopo svariati anni) arriveranno finalmente i soldi dell’INPS.

Sì, avete capito bene, pagare gli interessi sui propri soldi!

Se non ci fosse da piangere verrebbe da ridere.

Articolo pubblicato su Pensioni Per Tutti

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