Pensioni

E SE TORNASSIMO (IN PARTE) AL RETRIBUTIVO?

L’anno 2020 è stato sicuramente per l’Italia l’anno peggiore dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Man mano che giungono dall’ISTAT i dati ufficiali la situazione si fa sempre più preoccupante.

Il dato più grave riguarda i decessi. Sommando i morti per Covid-19 agli altri si arriva alla cifra mai raggiunta di 720.000 decessi. E’ il peggior dato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, purtroppo non bilanciato dalle nascite (400.000) dove assistiamo al peggior dato dall’unità d’Italia quindi da 150 anni ad adesso. Sul fronte economico i dati sono impressionanti. Perdita di oltre 700.000 posti di lavoro che facilmente alla fine del blocco imposto ai licenziamenti dal governo arriveranno ad oltre 1.000.000. Una perdita del 9% rispetto al PIL dell’anno 2019, un debito pubblico che si avvicina alla stratosferica cifra di 2.600 miliardi di € con un rapporto deficit/PIL che si è assestato al 160 %.

A questi dati terrificanti si aggiunge che nell’anno appena trascorso l’aspettativa di vita in un solo anno è scesa di 1 anno e 6 mesi (tutto quello che si era guadagnato dei dieci anni precedenti) e considerando che, purtroppo il 2021 non  sarà molto diverso (in nemmeno tre mesi del 2021 ci sono già oltre 27.000 decessi da Covid-19) si può ragionevolmente immaginare almeno un altro anno di perdita ulteriore dell’aspettativa di vita che scenderà, purtroppo, a meno di 81 anni.

Quindi in appena due anni la “speranza di vita” scenderà di oltre due anni e mezzo.

Aggiungiamo ancora che nel 2020 l’importo medio delle pensioni erogate dall’INPS è sceso di quasi 50 €, passando da 1.299 € netti al mese dell’anno 2019 a 1.250 € al mese dell’anno appena passato. Anche in questo caso una drastica riduzione che aveva interrotto un trend che negli ultimi anni era sempre stato in salita.

Questi dati disastrosi devono far riflettere molto seriamente. Lasciando ai governi la risoluzione dell’enorme problema demografico, (si può facilmente capire che con una diminuzione in un solo anno di oltre 300.000 persone in pochi anni l’Italia se non si interviene in qualche modo diventerà una nazione assolutamente comprimaria nello scacchiere internazionale), ci occupiamo, ma in realtà gli ambiti sono collegati, dell’aspetto previdenziale.

Quindi c’è la necessita urgente in questo anno 2021, che come tutti sappiamo sarà l’anno della nuova legge previdenziale con la scadenza di quota 100 alla fine dell’anno e per scongiurare lo scalone che porterebbe l’età della pensione di vecchiaia a 67 anni (cinque anni in più in un solo giorno), di intervenire per scongiurare gli effetti devastanti della diminuzione di oltre 2 anni e mezzo della speranza di vita che sono maturati in due anni.

Le possibilità sono due o si diminuisce l’età pensionabile che è scesa in questi due anni e nella nuova legge si prevede anche (non come è all’attualità) la diminuzione degli anni in caso di diminuzione dell’aspettativa di vita o, ed è quello che io preferisco, si stabilisce una data fissa, molto inferiore all’attuale e questa età rimane per dieci/quindici anni senza aumenti o diminuzioni in modo che le persone possano sapere il giorno esatto in cui finalmente potranno andare in pensione.

Ma non basta!

Esiste ed è concreto anche il problema relativo agli importi che si percepiranno una volta andati in pensione. Oramai lo stanno ammettendo un po’ tutti che il sistema contributivo non è più sufficiente a permettere dopo tanti anni di lavoro una decorosa e serena vita al termine della propria carriera lavorativa.

Fino ad ora ci si è “salvati” perché chi esce in questi anni può far valere un discreto numero di anni calcolato col sistema retributivo. Siamo in pratica a 2/3 dell’importo calcolato col sistema contributivo e solamente 1/3 col sistema retributivo. Ma ogni anno che passa la situazione si fa sempre più complicata. Se, come sopra indicato, in un solo anno l’assegno medio delle pensioni è sceso di quasi 50 € non ci vuole molto a capire che continuando di questo passo avremo tra pochi anni pensionati che molto difficilmente dopo oltre 40 anni di lavoro riusciranno a raggiungere l’importo di 1,000 € al mese. Per non parlare poi di chi ha cominciato a lavorare dopo l’anno 1996 che percepirà pensioni che arriveranno a malapena a 700/800 euro al mese.

E’ chiaro che, anche e soprattutto su questo aspetto, bisognerà intervenire, altrimenti avremo 16.000.000 di italiani (tanti sono i pensionati) al limite della povertà. Stiamo impoverendo un quarto della popolazione italiana e nessuno fa nulla.

Bisogna intervenire innanzitutto sull’aumento dei parametri dei coefficienti di trasformazione e un’ipotesi potrebbe essere inoltre quella di agganciare una parte dell’assegno pensionistico alla retribuzione, introducendo una parte di retributivo nell’ordine del 30 % del totale.

Inoltre è necessario intervenire sulla tassazione dell’assegno pensionistico. Operando delle consistenti riduzioni sull’IRPEF e istituendo immediatamente una no tax area almeno fino a 12.000 € l’anno, dimezzando le addizionali regionali e comunali per importi di pensione fino a 40.000 € annui, rivalutando le pensioni al 100 % dell’inflazione reale si potrà dare ai futuri pensionati una decorosa e serena esistenza.

Articolo pubblicato su: Pensioni Per Tutti

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