Pensioni

POCHI 5 MILIARDI SUL PIATTO DELLA PREVIDENZA

Nella legge di bilancio che approderà in Aula Parlamentare il prossimo mese indiscrezioni non confermate fatte trapelare dal MEF indicano che sul piatto della previdenza saranno postati circa 5 miliardi di €. Su una manovra complessiva che dovrebbe aggirarsi sui 25 miliardi di € all’apparenza questa cifra sembra consistente, ma entrando nel merito della questione si capisce che in realtà sono pochi per soddisfare i milioni di italiani che aspettano una netta inversione di tendenza rispetto alla odiatissima legge Fornero.

Questo perché in questi ipotetici cinque miliardi di € sono ricompresi anche i fondi destinati alla perequazione degli oltre 22.000.000 di assegni previdenziali che a seguito dell’inflazione stimata nel 2021 all’1,5% comporterà una spesa che potrà variare tra i 3 miliardi e 900.000.000 ed i 4 miliardi e mezzo di €.

E’ una regola sacrosanta perché i pensionati come è noto non possono incrementare i propri redditi a differenza dei lavoratori dipendenti che godono degli aumenti contrattuali.

Dal primo gennaio 2022 le pensioni dovranno essere rivalutate con il vecchio sistema antecedente l’anno 2019, quando ci fu un intervento nella legge di bilancio che penalizzò notevolmente il meccanismo della rivalutazione con adeguamenti dimezzati per le pensioni più elevate. Se il Governo Draghi non interverrà in tal senso, e si spera veramente che non lo faccia, si avrà l’indicizzazione piena delle pensioni fino a 4 volte il minimo, al 90% fino a 5 volte, e al 75% per tutte le altre pensioni rimanenti, (la pensione minima per il 2021 è di 515,58 €). Questo comporterà un costo di circa 4 miliardi e mezzo di euro. Di questa perequazione ci si era quasi dimenticati con l’inflazione che per parecchi anni è stata quasi nulla, quest’anno, invece, si è risvegliata e già si parla che nell’anno 2022 possa arrivare al 2%.

Il governo ad inizio anno non lo aveva assolutamente previsto ora questi 4 miliardi ed oltre pesano moltissimo nel bilancio dello Stato.

Se il governo, come sembra, metterà sul piatto cinque miliardi per il capitolo previdenziale rimarrebbe solamente un miliardo di € o poco più, assolutamente insufficienti per fare qualcosa di strutturale.

E qui si ritorna all’anno 2019 quando il governo giallo/verde con l’inflazione a zero avrebbe avuto la possibilità di fare una riforma duratura e non temporanea con tutte le conseguenze negative che ora abbiamo. Ma con i se e con i ma non si fa nulla e ormai questa è la situazione che ci si ritrova.

Questa settimana c’è stata l’audizione alla Commissione Lavoro della Camera, che sta tentando, faticosamente, di trovare una quadra tra le varie proposte che giacciono lì da mesi, del Presidente dell’INPS Tridico che con tanto di “slides” ha quantificato i costi per l’Erario per ognuna delle proposte presentate. Ha, ovviamente, scartato l’ipotesi più interessante quella dei sindacati confederali di quota 41 per tutti affermando che sarebbe costata moltissimo, oltre 4 miliardi di € già nel 2022 per poi arrivare addirittura a 9 miliardi di € nel 2029. Tesi da contestare perché considera che tutti gli aventi diritto esercitino tale opzione ma poi si sa che così non è. Privilegerebbe, ovviamente, la sua proposta di pensionamento a 63 anni con il contributivo e poi a 67 anni si otterrebbe anche la parte di retributivo che costerebbe poco più di 500 milioni annui e che poi dopo l’anno 2025 comporterebbe addirittura un risparmio per l’erario. Ha quantificato infine i costi relativi alla Super Ape Social con costi che a regime, a suo parere, arriverebbero a 700/800 milioni annui.

Stante così le cose con poco più di un miliardo di € a disposizione sembra ovvio che si andrebbe verso un ampliamento dell’Ape Social e poco più. Ma Tridico non ha parlato di un’altra possibile opzione che forse sarebbe più accettabile per i lavoratori, un anticipo non solo sull’età anagrafica ma anche sulla pensione anticipata. In pratica prevedere un’uscita fino a tre anni prima rispetto ai 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Uscire a 39 anni e 10 mesi gli uomini e 38 e 10 mesi le donne pur percependo solamente la parte di contributivo per un massimo di tre anni e successivamente percepire anche la parte di retributivo sarebbe, come mi scrivono molti lavoratori, un sacrificio temporaneo accettabile e darebbe a chi è al limite una possibile via d’uscita.

Articolo pubblicato su: Pensioni Per Tutti

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