Pensioni

NEBBIA SUL FUTURO PREVIDENZIALE

Il disegno di legge sul bilancio 2022 nel quale è contenuta anche la parte relativa alla previdenza dopo essere stato approvato (con un applauso) dal Consiglio dei Ministri non è stato ancora calendarizzato al Senato dove comincerà il difficile percorso che porterà, dopo analogo passaggio alla Camera dei Deputati, alla definitiva approvazione entro il 31 dicembre 2021.

Questo ritardo è dovuto ai forti contrasti tra le forze politiche soprattutto nei tre capitoli principali che compongono il disegno di legge. Il reddito di cittadinanza, la riduzione delle tasse e la previdenza.

Che poi questi tre capitoli sono indiscutibilmente legati tra loro perché dovendo mantenere in equilibrio i saldi finali sono come una sorta di elastico che viene tirato dalle varie forze politiche da una parte o dall’altra. Non è una novità che il RdC oltre ad essere nel mirino di F.lli d’Italia è anche sotto esame di alcune forze di governo come la Lega e Italia Viva che oltre all’introduzione già prevista nel CdM di maggiori controlli sui percipienti e una progressiva diminuzione dell’importo corrisposto se non si accetterà il lavoro proposto e che porterà dopo due rifiuti alla cancellazione del beneficio vorrebbero proprio incidere sull’importo stanziato a beneficio del capitolo destinato alla previdenza o a quello della diminuzione delle tasse tanto gradito anche  a F.I..

Quanto stanziato per il capitolo previdenziale, circa un miliardo, a cui si potrebbero aggiungere 500 milioni sono del tutto insufficienti per varare una legge strutturale, per cui oltre all’estensione dei lavori gravosi, che si vorrebbero ulteriormente aumentare, all’implementazione dei contratti di espansione anche per realtà produttive di 50 dipendenti, e al fondo di 600 milioni in tre anni a favore delle piccole aziende in crisi per permettere ai 62enni di accedere al pensionamento poco altro ci sarà. Sarà confermata per solo l’anno 2022 la quota 102 (64 anni di età + 38 di contributi) su cui i partiti non hanno fatto opposizione e molto probabilmente saranno riportati all’origine i requisiti per l’accesso a O.D..

Su questo aspetto praticamente tutti i partiti compresa l’opposizione sono concordi, ma non per motivazioni di genere, semplicemente perché in questo caso le beneficiarie sono costrette ad accettare tutto il calcolo effettuato con il metodo contributivo con perdita secca dell’assegno previdenziale almeno del 25% e soprattutto per sempre.

Risuonano come “campane a morto” le parole del Premier Draghi in conferenza stampa dopo l’approvazione del disegno di legge da parte del CdM dove asseriva che l’impegno del Governo è tornare in pieno al sistema contributivo. Il pericolo, cioè, è che dopo l’anno di transizione del 2022 dove si avrà la quota 102 si aprirà una discussione anche con la partecipazione delle OO.SS. ma il cui obiettivo governativo è un rapido ritorno alla legge Fornero e che l’unica via d’uscita dal mondo del lavoro oltre all’Ape Sociale, ai contratti di espansione e all’isopensione sarebbe l’opzione contributiva per tutti.

Stranamente, infatti, da un paio di giorni stanno filtrando delle ipotesi, fatte uscire ad arte, che ipotizzano che O.D. possa diventare strutturale e che a partire dall’anno 2023 ci potrebbe essere una possibile uscita per tutti, definiamola Opzione Liberi Tutti con possibilità di uscita dal mondo del lavoro a 63 anni con almeno 20 di contributi ma con calcolo totalmente contributivo.

Gli effetti della sciagurata riforma Dini che ha decretato che dal 1996 si percepisse la pensione calcolata su quanto effettivamente versato (contributivo) sta già avendo i suoi negativi effetti sulle pensioni di chi esce adesso dal mondo del lavoro con un assegno previdenziale calcolato per due terzi col sistema contributivo e solamente un terzo col più favorevole retributivo, ma condizionare le persone sfruttando il fatto che talune di loro sono al limite della sopportazione ad accettare un’opzione cosi sfavorevole, analogamente ad O.D. e con assegni tagliati di almeno il 25% sarebbe un disastro.

Sottostare a questo ricatto, perché di questo si tratterebbe, di mantenere il sistema misto e andare in pensione con la legge Fornero o uscire prima dal mondo del lavoro optando per il metodo contributivo metterebbe in seria difficoltà le persone e coloro i quali accettassero tale opzione diverrebbero, inevitabilmente, i nuovi poveri del futuro percependo assegni previdenziali che dopo oltre 40 anni di lavoro raggiungerebbero a stento i 1.000 € mensili.

Articolo pubblicato su: Pensioni Per Tutti

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