Pensioni

DISTANZA TRA GOVERNO E SINDACATI

Tra le polemiche per la nomina del nuovo Capo dello Stato e la pandemia che ancora non ha raggiunto il picco dei contagi prosegue tra mille difficoltà la difficile partita per una nuova legge previdenziale in sostituzione della legge Fornero.

Ci sono già stati un paio di incontri governo/sindacati che sono stati interlocutori in cui il sindacato ha fatto sapere per l’ennesima volta quelli che sono i loro auspici e come dovrebbe essere secondo loro la nuova legge previdenziale e il governo si limita ad ascoltare. E’ singolare che dopo questi incontri che non hanno portato al momento ad alcun risultato le OO.SS. si dichiarino ogni volta soddisfatte anche se di risultati al momento non ne sono stati conseguiti.

Sono in programma un altro paio di incontri tecnici ma quello che sarà il più importante si svolgerà il 7 febbraio perché sarà un incontro politico in cui il governo dovrebbe scoprire le carte e comunicare la linea che intende percorrere per la risoluzione del problema, mettendo sul tavolo anche la cifra che intende spendere.

Nel frattempo, tra le numerose ipotesi di flessibilità in uscita spunta una nuova proposta da parte del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’INPS che ipotizza una flessibilità in uscita da un’età non esattamente specificata ma che potrebbe essere quella di 63 anni con un taglio del 3% per ogni anno di anticipo rispetto al pensionamento ordinario dei 67 solamente per la parte retributiva. Tutte queste proposte o ipotesi di proposte entrano ed escono dallo scenario previdenziale come in un gioco di illusionismo. La medesima proposta abbastanza simile fu presentata come proposta di legge (atto 857 del 30/4/2013 Camera dei Deputati) nel lontano 2013 dall’ex Ministro del Lavoro Damiano. La sua proposta prevedeva una flessibilità in uscita a partire dai 62 anni e almeno 35 anni di contributi con una penalizzazione annua del 2% per ogni anno di anticipo rispetto all’età di pensionamento ordinario che all’epoca era di 66 anni. In pratica il taglio sarebbe stato al massimo dell’8% per i quattro anni di anticipo a cui però faceva da contraltare un corrispondente aumento volontario del 2% annuo fino ad un massimo dell’8% con pensionamento a 70 anni.

Questa interessante proposta non fu allora presa in considerazione, anche perché era entrata in vigore da appena un anno la legge Fornero, è rimasta dormiente per anni e adesso ritorna nuovamente, ma più penalizzante, e viene presentata come risolutiva, come l’uovo di colombo e accreditata come una delle ipotesi più concrete. In questo continuo saliscendi di gradimento sulle varie ipotesi, che il governo dovrebbe stoppare presentando finalmente la sua proposta, perde appeal quella di Tridico che inizialmente parlava di accesso al pensionamento a partire dai 62/63 anni percependo subito la parte di contributivo e successivamente a 67 anni ottenere anche la parte di retributivo. Qualche giorno fa poi il Presidente dell’Inps ha corretto il tiro parlando di accesso alla pensione a partire dai 64 anni spostando in avanti l’asticella della pensione. Ancora in auge la proposta che possiamo chiamare Opzione Tutti con uscita a partire dai 62 anni ed almeno 25 anni di contributi ma optando per il calcolo del contributivo puro e in discesa quota 104 (63 anni sommati a 41 anni di contributi).

In questa fase di confronto sarebbe auspicabile che fosse proposto anche il riscatto del corso di laurea in regime agevolato anche per i lavoratori che godono del sistema misto (al pari di quelli che hanno il contributivo) e l’eliminazione di quella assurda clausola che vale sia per quota 100 che per quota 102 di non poter svolgere attività lavorativa ad eccezione del lavoro occasionale fino a 5.00O € annui. Sia la possibilità di restare al lavoro oltre i termini ordinari che di lavorare pur essendo già in pensione anche se usciti con quota 100 o quota 102 dovrebbe essere favorita e non osteggiata dal momento che in questo modo vengono pagati ulteriori regolari contributi.  

Articolo pubblicato su: pensioni Per Tutti

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