Pensioni

STOP RINVII, SUBITO QUOTA 41 E VIA DAI 62 ANNI

Nell’Editoriale di sabato scorso esortavo il governo a riprendere immediatamente il confronto con le parti sociali per dare agli italiani una nuova legge previdenziale e contestualmente illustravo una mia proposta su questo argomento che cercasse di essere più equa possibile nonché tenere vivo un argomento che, anche a causa della terribile guerra tra Russia ed Ucraina, sta per essere nuovamente messo in un angolo.

Devo dire che questa proposta ha stimolato moltissimo il dibattito con numerosi commenti da parte dei lavoratori sia su questo sito che nella mia casella di posta elettronica che è stata letteralmente presa d’assalto.

Entrando un po’ più nel merito dell’ipotesi di proposta cerco di spiegare alcuni punti in maniera più circostanziata.

In primis la separazione della previdenza dalla assistenza. Sono rimasto completamente basito quando la Commissione tecnica a tale scopo istituita dopo cinque mesi di incontri ha concluso i lavori nel 2021 affermando che per il momento non appare praticabile una separazione tra previdenza ed assistenza a causa della natura spesso ibrida della prestazione. Ora è chiaro che è una affermazione strumentale perché integrazione al minimo degli assegni previdenziali, la pensione e il reddito di cittadinanza, i prepensionamenti, gli assegni sociali, la contribuzione per i disoccupati non hanno niente a che fare con la previdenza e vengono tenute insieme in maniera pretestuosa per dimostrare che per le pensioni si spende troppo e non è possibile allentare la rigidità della legge Fornero. Il recente rapporto sul bilancio del sistema previdenziale italiano a cura del centro studi di “Itinerari Previdenziali” evidenzia, invece, come il sistema previdenziale italiano scorporato dall’assistenza sia sostenibile ed in attivo. Lo scorporo dei due istituti funge da architrave di tutta la mia ipotesi di riforma.

Occorre assolutamente mantenere fino alla sua naturale conclusione del 2035 il sistema misto. E’ fuori luogo, come asserisce il governo, pensare di anticipare tale sistema dal momento che siamo già nel 27esimo anno di contributivo con pensioni che annualmente sono sempre più magre.

Diminuire gli anni necessari per l’accesso anticipato portandolo per tutti uomini e donne a 41 anni indipendentemente dall’età e senza alcuna penalizzazione, inoltre dare un bonus di 6 mesi a figlio per le donne fino ad un massimo di due.

Diminuire l’età per l’accesso al pensionamento di vecchiaia portandola a 66 anni. Operare una flessibilità in uscita a partire dai 62 anni di età con una penalizzazione del 1,5% annuo. Per intenderci a 65 anni penalizzazione del 1,5%, a 64 anni penalizzazione del 3%, a 63 anni penalizzazione del 4,5% e a 62 anni penalizzazione del 6%.

Analogamente bonus dell’1,5% per ogni anno lavorato in più a partire dai 66 anni di età. Quindi a 67 anni bonus del 1,5%, a 68 anni bonus del 3%, a 69 anni bonus del 4,5% e a 70 anni bonus massimo del 6%. Ovviamente come per la flessibilità anticipata anche in questo caso solamente come opzione a chi lo desidera.

Rendere definitivi gli istituiti di Opzione Donna e Ape Sociale e non avere proroghe di anno in anno che determinano continue ansie da parte dei beneficiari.

Per quanto riguarda invece gli importi della pensione attuare un aumento dei coefficienti di trasformazione e per i già i pensionati estendere la no tax area fino a 10.000 €, eliminare le addizionali regionali e comunali per redditi imponibili fino a 30.000 €, dimezzarle per redditi imponibili da 30.000 a 40.000 € e indicizzazione delle pensioni al 100% per effetto dell’inflazione reale

È chiaro che questa è una proposta abbastanza rivoluzionaria e che il governo cercherà di non prendere in considerazione. La posizione dell’esecutivo, infatti, anche se non è mai stata formulata per iscritto, è quella di operare una flessibilità in uscita a partire dai 64 anni di età e calcolare l’importo della pensione, al pari di opzione donna, applicando il calcolo contributivo su tutta la durata del periodo lavorativo con una perdita per il lavoratore di oltre il 25%.

Non è possibile accettare questa proposta, se sarà quella del governo proporrà, perché già ora quasi la metà dei pensionati percepiscono assegni inferiori ai 1.000 € mensili e in questa eventualità si creerebbero diverse centinaia di migliaia di pensionati al limite della povertà.   

Articolo pubblicato su: Pensioni Per Tutti

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