Pensioni

QUOTA 41 E DIMINUZIONE DELLE TASSE AI PENSIONATI

La convocazione per la ripresa delle contrattazioni tra governo e sindacati in relazione alla nuova riforma previdenziale non è ancora arrivata. Alla fine dello scorso anno, dopo lo sciopero generale di dicembre, tutti erano convinti che il governo avesse intrapreso una nuova strada e questo 2022 sarebbe stato, finalmente, l’anno della nuova riforma previdenziale.

Ma il governo ha inspiegabilmente interrotto gli incontri prima dello scoppio della guerra tra Russia ed Ucraina e da oltre un mese tutto è fermo nella risoluzione di un problema che assilla i lavoratori italiani.

Siamo già alla fine di marzo e quello che era, a parole, l’intendimento del governo di inserire una sorta di intesa sulle pensioni all’interno del DEF da presentare ai primi di aprile è già stato precluso. Forse ci sarà, ma non è certo, solamente in impegno generico di attuare la riforma entro fine anno ma non in maniera chiara ed esaustiva.

Certamente la guerra in atto ci ha messo del suo ma comunque in ogni caso la vita delle persone va avanti e un buon governo deve affrontare anche impegni di politica interna, come quello di una riforma che gli italiani aspettano da anni. Sembra di ripercorrere lo stesso schema dello scorso anno, vale a dire quello di rimandare la discussione e poi inserire un testo blindato nella legge di bilancio approvato senza alcuna discussione parlamentare. Non vorrei che l’esecutivo sfruttando una pandemia non ancora debellata e una guerra che sta sconvolgendo l’economia di tutta Europa pensi di rinnovare per un altro anno gli istituti di Opzione donna, Ape Sociale e quota 102, aspettare l’anno prossimo e consegnare a chi vincerà le prossime elezioni la “patata bollente” della nuova legge previdenziale.

Non si spiega altrimenti l’atteggiamento del governo che pur avendo sul tappeto diverse ipotesi sulla flessibilità in uscita come le proposte di Tridico, Raitano ed Opzione Tutti e una proposta di riforma strutturale presentata dalle OO.SS., a cui si è aggiunta recentemente anche quella del sottoscritto, non abbia ancora scoperto le carte e detto in maniera chiara quali siano i propri intendimenti.

Personalmente ritengo che dopo la pandemia che ha ridotto l’aspettativa di vita di quasi due anni è necessario scendere a 41 anni di contributi per tutti uomini e donne indipendentemente dall’età anagrafica per accedere al pensionamento e inoltre consentire una flessibilità in uscita a partire dai 62 anni di età operando una minima penalizzazione dell’1,5% annuo a partire dai 66 anni che alla luce della minore speranza di vita deve essere l’età del pensionamento ordinario, consentendo a chi lo desidera di restare oltre tale limite con un bonus dell’1,5% annuo fino ad un massimo di 70 anni.

Inoltre, in seguito a quanto riportato dall’osservatorio INPS relativamente alle pensioni in Italia nell’anno 2021, dove viene indicato che su diciassette milioni di assegni previdenziali quasi quattro riguardano le prestazioni assistenziali con un costo di oltre 23 miliardi annui, operare una divisione reale tra previdenza ed assistenza che dimostrerebbero come i contributi previdenziali versati dai lavoratori sarebbero sufficienti a coprire la pura spesa previdenziale.

Da tale Osservatorio emerge, anche, che due terzi degli assegni sono sotto i mille € e addirittura quasi il 60% ha un importo inferiore a 750 € mensili. Per tale motivo è necessario operare una rivalutazione dei coefficienti di trasformazione e per chi è già pensionato innalzare la no tax area fino a 10.000 €, eliminare le add.li regionali e comunali fino a 30.000 € ed operare un dimezzamento di queste per le pensioni da 30.000 a 40.000 € di imponibile annuo.    

Articolo pubblicato su: Pensioni Per Tutti

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