Pensioni

FACCIAMO QUESTA RIFORMA PREVIDENZIALE

La Commissione Europea a causa dell’incertezza per le prospettive economiche nel contesto della guerra in Ucraina e degli aumenti senza precedenti dei costi dell’energia ha sospeso gli obblighi del patto di stabilità anche per l’anno 2023.

Era abbastanza prevedibile che ciò accadesse dopo tre anni di pandemia che ha causato solo in Italia oltre 166.000 decessi e centinaia di migliaia di posti di lavoro persi e con gli effetti devastanti di una guerra nel cuore dell’Europa che, oltre alle migliaia di vittime nella martoriata Ucraina, ha determinato un raddoppio dei costi dell’energia e un’inflazione schizzata al 6,5%.

Per la verità Dombrovskis, Vicepresidente della Commissione Europea, ha subito affermato che non è un “liberi tutti” e che la Commissione continuerà a fornire orientamenti di bilancio per gli stati membri ma è ovvio che, almeno per il 2023, ogni Paese avrà più margine per operare all’interno delle rispettive leggi di bilancio.

Riferendosi in particolare all’Italia la Commissione ha rilevato che nel Belpaese esiste ancora uno squilibrio macroeconomico eccessivo, vi è un elevato rapporto tra debito pubblico e PIL e una bassa crescita della produttività ma, udite udite, per la prima volta da parecchi anni, non si fa esplicito cenno alla situazione previdenziale.

Quello che era da sempre il cavallo di battaglia della Commissione Ue nei confronti dell’Italia con continue interferenze e diktat ad operare in un certo modo sulla situazione previdenziale in quest’occasione non c’è stato.

In sostanza abbiamo un anno di tempo in più prima di essere nuovamente sotto esame e dobbiamo sfruttare questa opportunità. Il Governo deve varare la riforma previdenziale entro quest’anno e rinunciare, se mai ne avesse avuto l’intenzione, a rimandare il tutto a chi vincerà le prossime elezioni e deve fare di tutto per approvare una legge che possa essere operativa dal 1/1/2023.

Diminuendo l’età di accesso al pensionamento di un anno e spostandola a 66 anni, cosa doverosa con un’aspettativa di vita che a causa del covid è scesa di quasi due anni, si può operare una flessibilità in uscita a partire dai 62 anni che è quello che chiedono praticamente tutti. Una lieve penalizzazione dell’1,5% annuo a partire dai 65 anni fino ad un massimo del 6% per coloro che volessero uscire dai 62 anni avrebbe dei costi molto limitati per l’erario se fosse consentito, a chi lo volesse, di rimanere al lavoro dai 66 anni in poi fino ad un massimo di 70 anni ottenendo un incentivo dell’1,5% annuo fino ad un massimo del 6%.

Si darebbe, in questo modo, la possibilità a centinaia di migliaia di persone di poter finalmente accedere al pensionamento e dal punto di vista della sostenibilità il tutto sarebbe perfettamente attuabile.

Oltre a ciò, consentire la possibilità di uscire dal mondo del lavoro anche agli uomini e alle donne che possono vantare 41 anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica e senza alcuna penalizzazione sarebbe sostenibile e finanziabile sfruttando i risparmi avuti da un minore utilizzo di quota 100, dagli oltre 166.000 decessi da covid di cui l’85% pensionati e, dopo averne constatata la costituzionalità, da una riduzione delle pensioni d’oro non supportate da corrispondenti versamenti previdenziali.

Un’altra opportunità, infine, è data dal tipo di Governo attualmente in essere, che al netto di F.lli d’Italia raccoglie praticamente tutto l’arco parlamentare. Lasciarsi sfuggire quest’anno questa doppia opportunità (sospensione del patto di stabilità e governo di larghe intese) sarebbe proprio da sciocchi e lascerebbe aperti scenari non più prevedibili.

Articolo pubblicato su: Pensioni Per Tutti

1 pensiero su “FACCIAMO QUESTA RIFORMA PREVIDENZIALE”

  1. Toccare la parte retributiva è da killer ….vediamo chi spara alle generazioni nate negli anni 60/61/62/63.!!sveglia sessantenni o quasi!!

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