Pensioni

SERVE AMPIA FLESSIBILITA’ DAI 62 AI 70 ANNI

Da un po’ di giorni si comincia, molto velatamente, a parlare di nuova riforma previdenziale in sostituzione della odiata legge Fornero e puntualmente compaiono sui media dichiarazioni di esperti, istituzioni, enti, rappresentanti dell’UE sulla impossibilità a causa dei costi eccessivi di operare una rimodulazione della legge e realizzare una riforma strutturale e duratura.

Le fa la Corte dei Conti, le fa l’Unione Europea, anche se quest’anno per la verità anche in seguito alla sospensione del patto di stabilità non si fa esplicito riferimento alla situazione previdenziale italiana e di questo bisognerebbe approfittare, le fanno sedicenti esperti economici nonché esimi giornalisti che lavorano in prestigiose testate.

Leggo che non si può operare alcuna modifica alla rigidità imposta dalla legge Fornero, che vista la situazione attuale è impensabile operare una flessibilità in uscita, che permettere l’uscita dal mondo del lavoro dopo 41 anni di contributi costerebbe all’Erario dai 9 a 12 miliardi di € l’anno e che addirittura il Governo starebbe pensando a causa della crisi economica derivata dalla guerra in Ucraina ad un aumento dell’età pensionabile per mantenere in equilibrio il costo della previdenza in Italia.

Ebbene, sgombriamo subito il campo riguardo all’aumento dell’età pensionabile a partire dal 1/1/2023. Non ci sarà nessun aumento, non è all’ordine del giorno e mai il Governo si è espresso in questi termini. C’è, invece, a mio parere, la possibilità di intervenire sulla legge Fornero rendendola più “morbida” e consentendo una flessibilità in uscita liberando in questo modo centinaia di migliaia di posti di lavoro con successiva occupazione di giovani.

Bisogna cominciare a pensare in modo completamente diverso rispetto a come si è fatto finora. È necessario consentire l’accesso al pensionamento attuando una flessibilità massima. Stabilire un importo minimo di pensione sotto al quale non ci si può pensionare perché altrimenti si graverebbe sulle casse dello Stato sotto altre forme, e consentire il pensionamento con almeno 20 anni di contributi a partire dai 62 anni con una lieve penalizzazione e al tempo stesso incentivare chi vuole restare nel mondo del lavoro fino a 70 anni.

Permettere, inoltre, il pensionamento con 41 anni di contribuzione costerebbe molto meno dei 9/12 miliardi l’anno ipotizzati perché in realtà i lavoratori che arrivano a 41 anni di contribuiti sono sempre meno e stanno diminuendo progressivamente a causa della frammentazione del lavoro e del fatto che i giovani, purtroppo, accedono stabilmente al mondo del lavoro non prima dei 28/30 anni. Inoltre, in questi teorici conteggi, non viene mai considerato il fatto che trattandosi di un’opzione non tutti accetterebbero l’uscita e gradirebbero, invece, rimanere fino all’età della pensione di vecchiaia ora fissata a 67 anni.

Altre cose da fare sono l’eliminazione del pensionamento obbligatorio a 65 anni nel pubblico impiego a chi è già in possesso dei requisiti per la pensione anticipata e, al contrario di come è adesso, dare la possibilità a chi è uscito con le quote 100 o 102 di poter lavorare in altri ambiti versando contributi. Poiché all’attualità, infatti, il nostro sistema è a ripartizione il versamento di ulteriori contribuiti effettuato da qualsivoglia lavoratore sarebbe a favore di tutte le persone che sono già in pensione.

Tornando al modo diverso di ragionare in ambito previdenziale ritengo che bisognerebbe dare ad ogni lavoratore la possibilità di gestirsi autonomamente il proprio lavoro e la propria pensione. Gli unici paletti sarebbero i 20 anni di contribuzione, i 62 anni di età ed un importo sufficiente per non gravare poi sotto altre forme sulle casse dello Stato. Questo importo potrebbe essere per esempio fissato a 1,7 volte l’assegno sociale vale dire circa 780 €. Ottenuti questi requisiti permettere il pensionamento a tutti coloro che lo desiderassero, fissando il pensionamento ordinario a 66 anni e istituendo una penalizzazione dell’1,5% annua a partire dai 65 anni ed un analogo aumento dell’1,5% dal 67 ai 70 anni. Consentire a chi lo volesse di rimanere oltre l‘età pensionabile fino ad un massimo di 70 anni permetterebbe un doppio beneficio sia al lavoratore che incasserebbe di più sia all’Erario che ci guadagnerebbe pagando la pensione per meno anni.

L’istituzione di una amplissima possibilità di flessibilità dai 62 ai 70 anni sarebbe un modo per responsabilizzare il lavoratore e consentirgli di pianificare nel modo che preferisce l’attività lavorativa ed il momento in cui mettersi a riposo.

Essendo arrivati ormai al 27esimo anno di sistema contributivo e quindi ad oltre 2/3 della vita lavorativa delle persone il tutto è attuabile ed il costo per lo Stato non sarebbe così spropositato come qualcuno vorrebbe far credere.

Articolo pubblicato su: Pensioni Per Tutti

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